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Stefano Dal Pra Caputo

Consulente di Comunicazione

Nelle edicole arriva il Paese Sera: un nuovo giornale per cui ho realizzato il sito

Nelle edicole di Roma, Milano e Napoli trovate in questi giorni Il Paese Sera. Un progetto per raccontare su carta stampata, grazie anche al lavoro di persone con disabilità, rifugiati politici, ragazzi svantaggiati e neo-mamme, l’Italia che vuole mettere al centro le persone.

Orgoglioso di aver realizzato, in breve tempo, con Andrea Martini, il sito che ospiterà questi contenuti.

➡️ Link al sito: http://www.ilpaesesera.it
➡️ Link per leggere la prima edizione: https://goo.gl/oR8SjC

Flat Tax, ecco perché crea migliaia di false partite Iva

Tra le tante proposte previste per la legge di bilancio 2018, non sarà passata inosservata, soprattutto per chi ha la partita Iva con il regime forfettario (ovvero chi ha ricavi compresi tra 30.000 e 50.000 euro annui, a seconda del settore),  la riforma fiscaleproposta dal governo “gialloverde”. Una proposta che prevede di mantenere la percentuale di tasse invariata (circa un 30-40%, comprendendo i contributi Inps) a fronte di un massimale di ricavi previsto per 65.000 euro annui per tutte le partite Iva. Il precedente regime dei minimi è stato sostituto qualche anno fa dal governo Renzi con il regime forfettario. La prima modifica di questo modello ha visto una revisione blanda: c’era molta burocrazia e massimali di fatturato bassi. Lo stesso governo l’anno successivo ha dovuto rivedere questa legge, alzando i massimali in stile regime dei minimi, e introducendo alcuni vantaggi.

Ad oggi le moltissime partite Iva che hanno un fatturato sotto soglia dei 30.000/50.000 euro (in base alla tipologia) possono usufruire di questa agevolazione fiscale. Per chi apre una nuova attività, e non supera la soglia stabilità per settore  (per i liberi professionisti è di 30.000 euro) le tasse sono del 5% per i primi cinque anni e del 15%, superati i cinque di attività, sul reddito calcolato con metodo forfettario e applicando una percentuale variabile da settore a settore in base al fatturato e deducendo i contributi 25% circa. Tradotto in parole povere per una nuova attività individuale, per i primi cinque anni, tasse e contributi sono circa del 30%. A ciò poi si deve aggiungere l’acconto sul presunto fatturato dell’anno successivo. Per chi invece prosegue un’attività già in essere, le tasse da calcolare sono circa del 15% sul fatturato, oltre al 25% di Inps. Come per le nuove attività rimane il discorso dell’acconto. Pur avendo alcune note positive, il nodo più grosso è quello dell’acconto sull’anno successivo. Senza questa piaga il regime forfettario, come il regime dei minimi prima, sarebbe un sistema molto utile per giovani e nuove imprese. In generale però questo modello, nonostante questa grande pecca è ad oggi ancora il più conveniente sulla piazza, e quindi in tanti ci accedono.

L’altro nodo reale è quello della soglia. Una volta superato il lordo di 30.000 euro, si entra direttamente nel regime ordinario, che vuol dire dover versare l’Iva al 22% – un valore aggiunto che incide moltissimo nelle tasche dell’imprenditore, non permette di fare gli stessi prezzi al cliente rispetto a chi ha un regime forfettario, e che prevede molta più burocrazia e costi -. Vuol dire in poche parole pagare una “vagonata” di tasse in più. Non esiste infatti un “passaggio leggero” o una proporzionalità. E proprio per questo tante partite Iva cercano di rimanere sotto soglia del regime forfettario, non superando i massimali, evitando così di dover pagare di più allo Stato, al commercialista e dovendo aggiungere i faldoni di scartoffie in ufficio. La proposta del governo “gialloverde” è alquanto radicale. Aumentare il massimale di fatturato per il regime forfettario a 65.000, mantenendo la quota di tasse di cui parlavamo sopra. E quindi perché scrivere un articolo contro questa scelta? Prima di tutto manca un concetto semplice: la proporzionalità. Non si vede perché, in un sistema economico che dovrebbe prevedere che chi guadagna di più deve dare anche di più, chi ha un fatturato lordo di 20.000 eurodebba pagare in proporzione le stesse tasse di chi fattura 45.000 euro o 65.000 euro. In secondo luogo, il rischio reale di questa scelta è che si possano creare moltissime false partita Iva. Perché? Parlano i numeri. Se un’azienda, al posto di assumere un dipendente a tempo determinato o indeterminato, decidesse di trovare dei collaboratori con partite Iva, grazie alla Flat tax, potrebbe risparmiare moltissimo denaro. Senza poi dover gestire:ferie, permessi, tfr e malattie.

Se a questa situazione si aggiunge poi che nel Decreto Dignità il numero dei rinnovi dei contratti a tempo determinato è diminuito, senza incentivare in maniera forte l’assunzione a contratto indeterminato, è facile intuire che nei prossimi mesi aziende più o meno grandi troveranno molto più conveniente avviare collaborazione con partite Iva, anziché assumere dipendenti. Per trovare un’alternativa servirebbe maggiore proporzionalità. Scaglioni più vicini e proporzionali, un esempio banale ma concreto è quello di aumentare la tassazione dell’1% ogni 5.000 euro lordi sopra i 30.000 euro, non disincentiverebbe nessuno a lavorare di più creando un sistema più equo. Per quanto riguarda l’abolizione dell’acconto sull’anno successivo, qui il tema è abbastanza semplice: non si capisce perché un lavoratore debba fare da “Banca” nei confronti dello Stato. Infine il tema più importante. Serve evitare che si creino centinaia di migliaia di false partite Iva. La discussione sulla stabilità dei contratti può essere accesa quanto si vuole, e il fatto che non esista più il lavoro stabile così come l’hanno conosciuti i nostri padri è indiscutibile. Ma non si può creare un modello dove il welfare non esiste più. Perché allora altro che dignità e poche tasse. Qui stiamo andando incontro alla precarietà più becera.

Stefano Dal Pra Caputo (in collaborazione con Maurizio Chindamo, tributarista)

Aperture domenicali, conciliare lavoro e famiglia si può

Il governo Conte su spinta di Lega e Cinque Stelle sembra intenzionato, come da programma elettorale, a voler rimettere mano alla legge sulle aperture domenicali. La legge, varata nel 2011 dall’allora governo Monti, ha permesso una completa liberalizzazione delle aperture domenicali e festive, dando così la possibilità a piccoli, medi e grandi negozi di poter rimanere aperti 24 ore su 24, 7 giorni su 7. In sostanza: se prima un’attività doveva adeguarsi alle scelte del proprio Comune o della propria Regione, dal 2011 questa stessa attività può aprire come e quando vuole, senza dover inviare alcuna comunicazione. Questo a cosa ha portato? Per il consumatore sicuramente dei vantaggi: i supermercati sono quasi sempre aperti, e spesso anche i negozi nei centri città. Un cambio di mentalità che ha permesso di rendere accessibili a tutti molti negozi in qualsiasi orario.

Per i negozi a conduzione familiare: piccoli vantaggi. Non dovendo più adeguarsi agli orari imposti dalla Regione e dai Comuni, i titolari possono gestire al meglio le aperture. Il rischio reale, che si vede e si percepisce, è quello che con questa “scusa” gli stessi titolari lavorino sempre. E per i lavoratori? La parte difficile viene proprio qui. I lavoratori, sopratutto delle grandi catene, sono quelli che di più hanno subito la riforma del 2011. Perché? Perché essendo obbligati a dare 6 giorni su 7 di disponibilità da contratto collettivo, spesso può capitare di lavorare la domenica. E come ben sanno mamme e papà, i servizi alla famiglia e alla persona non sono stati adeguati a questo cambiamento. In sostanza: una mamma e un papà che devono lavorare la domenica, al 99% non troveranno un asilo aperto e una scuola aperta. Alcune proposte.

La domanda allora sorge spontanea: come poter equilibrare la vita di chi ha il diritto di poter vivere con la propria famiglia almeno un giorno a settimana, senza chiudere le attività? Una prima proposta potrebbe essere quella di aumentare il salario per chi lavora durante le domeniche le festività. Una maggiorazione per le domeniche già esiste, ma è bassa (si parla del 20%). Un aumento più drastico (50%?) potrebbe portare le attività ad auto-regolamentarsi in maniera più corretta, senza dover tenere aperto ogni singola domenica. Una seconda proposta potrebbe essere invece quella di cambiare completamenti i contratti collettivi legati al commercio spostando da 6 a 5 i giorni lavorativi e sgravando le assunzioni per giovani disponibili a lavorare sabato e la domenica. Una scelta complessa, difficile da attuare, ma che cambierebbe radicalmente un modello. Una terza proposta potrebbe essere quella di aprire gli asili nido e i servizi alle famiglie anche di sabato e domenica. Una scelta che potrebbe portare maggiore occupazione, sempre che a tenere aperti gli asilo non siano gli stessi che lavorano dal lunedì al venerdì otto ore al giorno. Insomma: soluzioni alternative agli eccessi esistono. Si può creare occupazione senza rinunciare alla qualità della vita.

Stefano Dal Pra Caputo

Articolo pubblicato il 9 settembre 2018 su Vvox
–> https://www.vvox.it/2018/09/09/aperture-domenicali-conciliare-lavoro-e-famiglia-si-puo/