Il governo Conte su spinta di Lega e Cinque Stelle sembra intenzionato, come da programma elettorale, a voler rimettere mano alla legge sulle aperture domenicali. La legge, varata nel 2011 dall’allora governo Monti, ha permesso una completa liberalizzazione delle aperture domenicali e festive, dando così la possibilità a piccoli, medi e grandi negozi di poter rimanere aperti 24 ore su 24, 7 giorni su 7. In sostanza: se prima un’attività doveva adeguarsi alle scelte del proprio Comune o della propria Regione, dal 2011 questa stessa attività può aprire come e quando vuole, senza dover inviare alcuna comunicazione. Questo a cosa ha portato? Per il consumatore sicuramente dei vantaggi: i supermercati sono quasi sempre aperti, e spesso anche i negozi nei centri città. Un cambio di mentalità che ha permesso di rendere accessibili a tutti molti negozi in qualsiasi orario.

Per i negozi a conduzione familiare: piccoli vantaggi. Non dovendo più adeguarsi agli orari imposti dalla Regione e dai Comuni, i titolari possono gestire al meglio le aperture. Il rischio reale, che si vede e si percepisce, è quello che con questa “scusa” gli stessi titolari lavorino sempre. E per i lavoratori? La parte difficile viene proprio qui. I lavoratori, sopratutto delle grandi catene, sono quelli che di più hanno subito la riforma del 2011. Perché? Perché essendo obbligati a dare 6 giorni su 7 di disponibilità da contratto collettivo, spesso può capitare di lavorare la domenica. E come ben sanno mamme e papà, i servizi alla famiglia e alla persona non sono stati adeguati a questo cambiamento. In sostanza: una mamma e un papà che devono lavorare la domenica, al 99% non troveranno un asilo aperto e una scuola aperta. Alcune proposte.

La domanda allora sorge spontanea: come poter equilibrare la vita di chi ha il diritto di poter vivere con la propria famiglia almeno un giorno a settimana, senza chiudere le attività? Una prima proposta potrebbe essere quella di aumentare il salario per chi lavora durante le domeniche le festività. Una maggiorazione per le domeniche già esiste, ma è bassa (si parla del 20%). Un aumento più drastico (50%?) potrebbe portare le attività ad auto-regolamentarsi in maniera più corretta, senza dover tenere aperto ogni singola domenica. Una seconda proposta potrebbe essere invece quella di cambiare completamenti i contratti collettivi legati al commercio spostando da 6 a 5 i giorni lavorativi e sgravando le assunzioni per giovani disponibili a lavorare sabato e la domenica. Una scelta complessa, difficile da attuare, ma che cambierebbe radicalmente un modello. Una terza proposta potrebbe essere quella di aprire gli asili nido e i servizi alle famiglie anche di sabato e domenica. Una scelta che potrebbe portare maggiore occupazione, sempre che a tenere aperti gli asilo non siano gli stessi che lavorano dal lunedì al venerdì otto ore al giorno. Insomma: soluzioni alternative agli eccessi esistono. Si può creare occupazione senza rinunciare alla qualità della vita.

Stefano Dal Pra Caputo

Articolo pubblicato il 9 settembre 2018 su Vvox
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